Una volta Gianni Brera, con felice intuizione,vide ripetersi nella forma della provincia di Pavia un grappolo di uva. Non una mela, nè una pannocchia di mais, ma un tozzo grappolo di quell'uva che ha segnato il destino della nostra terra, quasi a testimoniare che anche le cose hanno una sorte alla quale è impossibile sfuggire.
Ma poichè gli acini che concorrono a formarlo non sono tutti uguali, se ne possono individuare alcuni più ricchi di aromi e profumi. Il cuore del nostro grappolo, l'acino più succoso, è il Buttafuoco Storico, quella terra che nello scorrere degli anni ha regalato il tesoro di un vino rosso generoso nei profumi e possente nel corpo.
E proprio per preservare questo tesoro è nata l' idea del Club,un consorzio di produttori che, ancor prima di mirare, come è pur lecito, al proprio tornaconto, vedono nel loro vino un
motivo di orgoglio, il frutto mirabile di una fatica antica che si ripete inalterata da generazioni di uomini bruciati dal sole, abituati da sempre a guardare con occhio grato alla terra e con occhio sospettoso al cielo.
"L'anno 1996, il giorno 7 del mese di febbraio..." sembra l'inizio di un racconto, la cronaca fantastica di un avvenimento ideato dalla fantasia di un narratore, ed invece è cronaca, la storia indubitabilmente vera di undici sognatori che hanno visto la possibilità di portare una ventata di aria nuova nello stagno sonnacchioso di un Oltrepò troppo adagiato sulle sue abitudini consolidate.
Nasceva una sfida importante, nell'intento di mettersi alla prova, di verificare le proprie capacità nella vigna e in cantina, e nella convinzione di potersi misurare con tutti coloro che già avevano gettato il guanto in Toscana, in Piemonte, in Friuli, senza incoscienza ma con il convincimento fondato di poter guerreggiare ad armi pari.
Una guerra senza morti e feriti, ma solo bocche atteggiate al sorriso di chi gode della gioia di un bicchiere finalmente buono."L'anno 1996, il giorno 7 del mese di febbraio.,." comincia l'avventura del tutto nuova per l' Oltrepò della volontà di pochi di arrivare ad avere il vino della tradizione paradossalmente nuovo, concepito e realizzato con criteri inconsueti per le nostre cantine, dove il parametro più sicuro per la qualità del vino è da sempre la capacità di esplodere in una spuma compatta al solo versarlo. Difficile dunque il solo pensare ad un vino fermo, quieto nella sua austerità, come è difficile convincersi a produrre meno, a tagliare senza pietà i tralci in esubero, e come è ancora più difficile assoggettarsi al giudizio di coloro che soli avranno la facoltà di giudicare la piena rispondenza del vino con le norme del Club, per poterlo presentare come membro de gno a tutti gli effetti. Eppure il Buttafuoco, per avere l'onore di fregiarsi di questo nome, non può sfuggire ad una rigorosa serie di esami che nascono in vigna e si esauriscono in cantina solo dopo due anni, periodo durante il quale, come uno studente, corre il rischio concreto di solenni bocciature.
Le raccomandazioni, almeno in questo caso, non servono: se i risultati non sono brillanti si torna sui banchi a ripetere l'anno in attesa di tempi migliori. Come lo studente che è intelligente ma non si applica, il vignaiolo che ha una buona terra, ben esposta al sole, ma ignora le finezze del gioco della cantina, non trova ospitalità in questa scuola che prevede studio e sacrificio costanti.
Ma non basta ancora: poichè l' appetito vien mangiando, o forse sarebbe più opportuno dire che la sete vien bevendo, sulle tracce del vino, come naturale complemento, nasce ora la grappa delle vinacce del Buttafuoco. Mai nome è parso più appropriato per definire un distillato nelle sue caratteristiche peculiari: lo versi e un fuoco forte ma privo di aggressività scende a scaldare nel contempo gola e cuore, come la fiamma del camino di casa, Alziamo dunque tutti insieme il bicchiere, e ripetiamo come fanno gli amici tedeschi, ideatori dell' urlo più bello che possa risuonare al momento del brindisi: "con gioia".
Sembrano secoli, ma sono passati solo otto anni da quando Burton Anderson, palato sopraffino, nel suo "Grande atlante illustrato del vino italiano", liquidava la pratica Buttafuoco con uno sbrigativo trafiletto che recitava testualmente: Buttafuoco, Rosso secco, solitamente frizzante, Uve: barbera, fino al 65%; uva rara/ pinot nero/ ughetta o vespolina fino al 45%; croatina almeno 25%. Resa 58/105. Gradazione 12. Acidità 0.5" Oggi, conoscendo la sua competenza e la sua onestà, so per certo che non si limiterebbe ad esaurire la segnalazione con i soli dati tecnici, ma dedicherebbe molte battute del suo computer alla descrizione delle emozioni che il nostro mosto saprebbe suscitargli. In realtà questi otto anni hanno segnato una svolta decisiva per il Buttafuoco, ed oggi ci troviamo a valutare un vino che sta raggiungendo i più alti livelli qualitativi non soltanto all'interno della tradizione dell'Oltrepò, ma anche nell'intricato e difficilissimo panorama di proposte nazionali.
Il vigore del Barbera viene mitigato dal fruttato della Croatina nell'assemblaggio tipico del nostro territorio, ma la selezione delle uve in vigna, la cura nel lavoro in cantina e un equilibrato invecchiamento in botte conferiscono, accanto al corpo consueto, una finezza ed una eleganza del tutto nuove, Se ne ottiene dunque un gran rosso che ben si accompagna ai piatti più importanti, che hanno le carni lesse e la selvaggina come ingrediente principale. Si spazia così dal gran bollito misto allo stracotto al vino rosso, che dovrà essere rigorosamente una buona bottiglia di Buttafuoco. E si può accettare con fiducia anche la sfida della cacciagione: nessun problema con i fagiani e anatre, ma anche la lepre in salmì e il cinghiale troveranno modo di esaltarsi nell'accostamento. Un'ultima raccomandazione al momento dei formaggi: via libera ai passiti e ai muffati, come detta il nuovo gusto, ma se non vi lasciate blandire facilmente dalle mode, non sfigurerete certo con una robusta noce di grana e un buon bicchiere del nostro rubizzo compagno di bisboccia.